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Dentro

DENTRO, di Irene NAVARRA, Luglio Editore, Premio Città di Mesagne 2013/ POESIA EDITA / MOTIVAZIONE



Le liriche raccolte dalla poetessa Irene Navarra nel volume Dentro, Luglio Editore, rappresentano un itinerario che tocca tappe spirituali di profonda intensità.
La sua è una Poesia originale, raffinata e ricca di visioni. Mozza il respiro. Non racconta ma "trasmette". E ti obbliga a "pensare", ad aprire totalmente le grate dell'anima.
Una personalità poetica, quella della Navarra, maturata attraverso un percorso di riflessione su autori della cultura greco-latina che si completa integrandosi all’etica tradizionalmente cristiana: una sorta di nuova rivoluzione, di umanesimo cristiano, potremmo dire. Che si coglie, se appena vi si intuisce la possibile risposta implicita all'interrogarsi sul significato e sul valore dell'esistenza. Irene Navarra, pertanto, pur riconoscendo la legge del dolore come concezione universale (posizione quasi vicina a quella di un Leopardi progressivo), ci dischiude uno spiraglio proprio nel momento in cui si domanda se agli uomini spetti qualche forma di salvezza, volgendosi poi all'accettazione del sacro per redimere sé e gli altri. In quest'ottica la sua personalità si fa tenace contro l’intransigenza dei dogmi e le doppiezze inutili. A noi è sembrato che, mentre l'iniziale silenzio dell'autrice si è posto in un senso di amaro sconforto, ella si sia poi volta a recuperare un Dio che si è fatto uomo e artefice della storia. Allora, il Dio degli uomini non può guardare impassibile mentre noi combattiamo il male. I dubbi sono molti. Alla fin fine, tuttavia, quello che conta per la poetessa è riscattare il sacro: una necessità intima che traspare evidente nel suo dettato artistico accanto al desiderio di trasformare lo sdegno, la disillusione, il conflitto in un “umanesimo integrale”. Il tutto accompagnato da forme e da categorie espressive come l'analogia e i neologismi. Strumenti lirici, questi, che sono anche misura della sua moderna sensibilità poetica affacciata sulla scena letteraria ad impreziosire la tradizione italiana.
Straordinario, in particolare, l'uso delle metafore, che in questo caso non rappresentano, come spesso accade, semplicemente un sovrapporsi di termini vuoti, ma un arricchimento di quanto, in piena chiarezza, è già un terreno estremamente fertile.

Per la Giuria: Francesco Galasso, Antonio Ciminiera

Enzo Dipietrangelo, Presidente dell'Associazione Culturale Solidèa (1 Utopia)




LE DEDALARITMIE LIRICHE DI IRENE NAVARRA / TRA SENTIMENTO E RAGIONE di Silvia Valenti



La scrittura densa di Irene Navarra evoca una ridda di emozioni. È inevitabile abbandonarsi al suo aurorale turbinio di parole, assecondarlo, e scoprirne con stupore crescente le guglie aguzze dalle quali sgorga. Metafora dopo metafora. Tratteggiando immagini in cui i colori spesso contrastano violenti, o dileguano verso ripari preclusi a chi ha fatto del conformismo una legge, della dissimulazione il proprio abito mentale.
Di lacrime grondano le cose.
Il rimedio è nel canto, sembra suggerire la poetessa con rara ispirazione empatica.
In primis c'è il dolore, dunque.
Sì, il dolore.
Che affonda le radici in un tempo lontano, in quell'adolescenza dolce per definizione, quando tutto attorno dovrebbe sapere di buoni sorrisi e leggere fragranze.
Profumare d'immenso (Da piccola cercavo, pag.26).
E invece è un susseguirsi di tappe affrontate con il rantolo in gola. Di corsa, dietro agli altri sempre distanti e in netto vantaggio.
All'apparenza, almeno. Secondo il criterio autolesionista che corrode certezze, sgomenta slanci spontanei, pianta dubbi velenosi, altera la Percezione.
Il libro racconta sette anni di ricerca, l'affanno della sua ineluttabilità distillato in episodi emblematici, ben espressi, peraltro, dalla sintesi analogica del titolo: Dentro. Dentro una dimensione in cui convergono l'Alfa e l'Omega, con-fondendo l'Estensione interminata e la Condensazione fulminea in un assieme privo di sbavature.
Come coglierlo in tutte le sue gamme, questo naufragare di pura coscienza? Procediamo a piccoli passi. Senza distrazioni di caleidoscopiche chimere e trappole mimetizzate a bella posta. Quelle che lei dissemina lungo il cammino. In malie subliminali (Superbamente atroci le trappole, p. 48).
Nella costruzione antinomica della prima silloge della raccolta - La certezza del Mutamento - si percepisce, con una sorta di urto intimo, l'inquietudine del recupero esperienziale tramite il ricordo profondo. L'escamotage per capire consiste nell'affrontare la realtà caricando l'oggetto di riflessione lirica - l'IntusVuoto - di un'ambigua sostanza allegorica, restituita appieno dalla sequenza "Il nostro essere chiastici / non trova compimento" (L'antinomia che si compone, vv. 5 - 6).
Irene impone maschere, assegna stereotipi di apparenze possibili.
Irene sente la Ragione come connotato inalienabile.
Irene chiede la Luce.
Ma solo nel miraggio dell'illusione protratta può tentare di farla sua. Per ripudiarla anche, senza indugio, quando, trafitta da una rivelatrice lama di luna, avverte la distanza tra di lei, impotente nel suo buio punto d'osservazione, e l'algido astro che è emblema della bellezza vietata agli umani (Luminescente, chiara / la luna, p. 42).
Irene, quindi, allontana per intendere. Proiettata in regioni astratte, contempla attraverso il filtro del "ragionar poetando".
E ciò, malgrado la sua sostanza impetuosa. I compagni di avventura, occasionali o meno, non sono riferimenti attendibili. È lei a tenere saldamente in mano il timone. E sa dove volgere. Tutt'al più ascolta in se stessa le voci dei prediletti scrittori, dei filosofi antichi, come un consolante suono di fondo. Rappresentano il sottile coro necessario a scortarla verso l'orizzonte del consistere hic et nunc, dove, incapace nondimeno di staccarsi dall'allora, scava nutrimento agro al comporre.
Lei ha solcato oceani di male ed è approdata alla spiaggia del Buon Ritorno con un bagaglio di doni preziosi. Tra i quali la compassione, regina di virtù.
Non c'è chiusura che la sgomenti. L'Amore è un bulino miracoloso: scava persino le pietre. Per trovare un volto inabissato nel pozzo del passato, e riportarlo alla luce seguendo un sentore vago che si fa pensiero e si sfaccetta nelle proiezioni abbaglianti dell'unico "cristallo di una lacrima" in cui si stempera la sua pena, "chiarendosi alla fine in un ombrarsi lieve. / Un placido trascorrere di perdita / sulla lavagna cinerina dell’Assenza" (da Il nocciolo del cuore espande, p. 81, vv. 12 - 15).
E più si addentra nel vortice degli irriducibili turbamenti, più affina i modi dell'esplorazione. Graffiando la carta di segni che siano correnti impervie di parole, alfine benedette messaggere di recenti battesimi. Ciascun brandello di memoria purificata interpreta un termine di consapevolezza, un'acqua da bere a sorsate lunghe, umore vitale dell'essere. D'altronde: sondare il proprio labirinto interiore è un'impresa costellata di incognite, alla cui meta si pone l' incontro/scontro con il Minotauro insediato in noi. Una volta dissigillata la porta di questo luogo arcano si può auscultare il ritmo del mai detto. Gli elementi si sovrappongono, i rovelli ancestrali si affiancano alle piccole vicende del giorno dopo giorno.
Tutto è importante per Irene.
Tutto serve a districare i nodi, smussare i contorsionismi dell'intelletto.
A vedere con mente chiara.
Per capire l'umana materia.
E da ultimo chiosare: " La notte non mi attira. / Ho fiaba e vita vera accanto. / Due daimones eccentrici mi cingono le spalle, / la mia lucerna scarna d’olio / non fa danzare luci sulla volta. / Riverbera però incessanti dita flebili / su scabri anfratti e nudo pavimento. / (Far di me stessa fiamma? / Adesso mi spaventa) ." (da Lo scintillio del sole, p. 97, vv. 16 - 24).
Stornando l'ansia della solitudine nella Persuasione michelstaedteriana che spalanca scenari mai osati di autosufficienza, addomestica la pena e la relega fuori dal familiare angolo di mondo. Screziato di errori da cancellare, povero e di rado affabulato, soffuso sempre di penombra ribelle.
Esclusivo.
Ecco. Di accettazione indocile tratta la poesia di Irene Navarra. Che si alimenta a una fonte dalle linfe annose come l'universo. Sanguigne, in quanto la donna proprio nel sangue afferma la sua natura genuina. E nel sangue è talora costretta a rifiorire, diventando vittima di ciclici riti. Quasi il cosmo avesse bisogno di oboli cruenti per rigenerarsi. Secondo un canone maligno. L'ironica clausola della seconda parte, omonima al titolo del libro, lo palesa in formule compiute. perché si fa epitaffio di un'esistenza/discesa agli Inferi resa finalmente tollerabile dall'ammissione della fatalità dell'autoabbracciarsi per comprendersi Dentro. Perché " nella vidimazione / della perdita / per variazioni empiriche / che affermano la contingenza, // si mostra la coscienza dell’esistere" (da Nella separazione definita, p. 89, vv. 10 - 14).
Ma, proprio nella misura di quel Vuoto originario, e in nome dell'Amore, la poetessa sa calmare il suo perenne struggimento accettando la morte di chi non riesce a smettere di amare. Così, nell'ultima sezione Cronaca di un'Assenza, il cuore si fa filtro del pensiero logico, e si apre a un nuovo sentimento purificato da ogni materialità e reso sacro dal "complice silenzio un po’ sgranato" dell'anima delle cose (da La luce del tramonto, pag. 92, v. 10).
Più vicino a Dio.



Silvia Valenti, artista, critico d'arte, jewelry designer




LA SOSTANZA LIRICA DI DENTRO di Annamaria Abbruzzetti



Oggi sono entrata nei tuoi versi.
Li avevo già letti, ma ho approfondito quelli per me più incisivi e quasi commoventi.
Ho assaporato le tue parole, colto i tre cicli disposti in un crescendo armonicamente perfetto e ti ho sentita veramente vicina.

"Dentro" è un immergersi dolce, consapevole e tristemente rassegnato nell'Assenza.
È una dolorosa svestizione dell'anima che in un flusso continuo si cela e si scopre come un susseguirsi di onde implacabili sul duro scoglio dell'Assenza-Realtà.
Ansiosa, angosciosa ricerca (e "il sole assiste frigido / con occhi da ciclope"), mentre dolore e rimpianto chiedono di colmare quei vuoti dell'anima che crudelmente si sono aggiunti al "Dentro". Consapevolezza che "l'anima avvolta in strati / di veline per quanto tinte / arcobaleno” deve "forzosamente e inevitabilmente" per sua difesa limarsi, assottigliarsi, tuffarsi nell'anonimato.
Il Nulla illimitato corre ruzzolando e "ciononostante ci si illude", pur se "l'assolo è stato scritto milioni di deliri fa" e "con ripetute tempere di acciaio / te l'hanno saldato nel cervello."
Ma c'è uno spazio ad una forse utopica, e contemporaneamente consolante, speranza:
"Sul crescere dell'alba / il sogno indugia e si sostenta / bevendo fior del verde". Nel segno del "quinquefoglio con tre lobi grandi / e due minuscoli e simmetrici / e ritagliati all’apice in due lembi / aperti di uno stesso cuore" si profila come auspicio la probabile esistenza di un essere che sia la metà astratta di chi resta.



Annamaria Abbruzzetti, Poetessa,Presidente dell'Associazione anconetana Voci Nostre






DENTRO: DI COLORI, FORME, PAROLE E D’ALCHIMIE di Alessandra Rea



La raccolta di Irene Navarra è da intendersi in chiave metaforica: un viaggio spirituale, originato dalla profonda necessità di raggiungere l’Oltre/Altrove in un processo di ascesa che conosce brusche frenate e repentini cambi nel senso di marcia. Un’istanza dell'anima che anela alla Luce e cerca giustificazioni all’Amore totalizzante, quello che tutto dona, anche la Morte, nella certezza dell’Eterno Mutamento.



Dall’Oro al Bianco

Il percorso si dipana così dalle immagini del video, rese polisemiche e polimorfe proprio dall’uso dell’Oro che, applicato nell’arte pittorica, assume implicazioni iconografiche/teologiche. Il perché è presto detto: le immagini non rappresentano, ma materializzano i temi teologici poiché dipingere con l’Oro significa dipingere con la Luce. Dorati sono i bagliori delle vesti bianchissime e splendenti del Cristo trasfigurato, ce lo dice Marco, e Origene incalza sottolineando come esse, che superano in purezza, biancore e luminosità tutte le cose, paiano plasmate di luce. È una Luce di Bellezza, di Verità, di Amore. Simbolo di Dio che, entrando nel nostro orizzonte, lo illumina e poi, ritirandosi, ci lascia avvolti nell’oscurità.
Così una notte accade.
Nel NON-COLORE delle tenebre i sensi sono all’erta. Il procedere è incerto tra le ombre. La Luce, soltanto nostalgia. È un itinerario tra parole, pensieri, voci della vita; una navigazione perigliosa nel mare dell’ESSERE/ESISTERE in cui l’Anima si sente smarrita: ha creduto di essere stata capace di coglierne il senso, lei, “miglior ricevitore” per auto definizione, ma proprio mentre l’esistenza si radicava in lei, eccola schizzare improvvisamente portandosi dietro frammenti di Irene e lasciandola preda di quel NON–SENSO/IMMENSO VUOTO che tarla e corrode la realtà. Il VUOTO-NERO in cui echeggiano le parole del Qohelet che ricorda la vanità del Tutto come colore-pretesto per mutare condizione e transitare, fisicamente e spiritualmente, da una fase all’altra della vita. Un passaggio di stato, una trasmutazione genetica che consenta persino il farsi pioggia per compenetrare la materia e percepirne i segreti. Quelli che soltanto Dio conosce, Lui che ha mandato la pioggia sui GIUSTI che camminano sul sentiero della LUCE, e sugli EMPI la cui strada è immersa in una perenne OSCURITÀ. (Di notte si vive la pienezza, Mi autodefinivo il miglior ricevitore, Un sogno? Farmi pioggia).

Di notte si vive la pienezza.
Fisicamente dense tutte le sensazioni
rincorrono la luce solo come ricordo.
E vanno senza traguardi certi.

(In quella scatola di opaco
sé scurente l’oblio contagia
il Vuoto
e la sua smisurata
immensità).


Mi autodefinivo il miglior ricevitore
al mondo. Gridavo: “Ho la colla sulle
dita”, mentre cercavo di afferrare
la palla ovale scivolosa dell’esistenza
che mi rovinava addosso con l’impudente
sfrontatezza di una cometa sciadifuoco.

La presi.
Per un momento lei si radicò.
Entrò con forza nelle mani e poi
- ladra di pelle - schizzò via.
Sotto le unghie un po’ di fosforo
- il suo rimmel - per l’incriminazione.

Colpevole, assassina.
Annaspo sdrucciolando.
La ruota circolare
ancora e ancora.


Un sogno? Farmi pioggia per cadere (come
ha detto Dio) sia sui giusti che sugli empi.

Potrei quindi capire, nel mio precipitare
uguale, il diverso grado di penetrazione.

L’empio è l’estremo negativo.
Il giusto l’esatto suo contrario.


Perché si dà per certo un cedimento interno
agli empi? Un Vuotodentro non colmabile?

Sfumato forse è il margine dei giusti?
Lo sa solo la pioggia della sentenza biblica.



Alessandra Rea, Scrittrice e Storica




DENTRO LE ALCHIMIE LIRICHE DI IRENE NAVARRA di Eugenio Bernes



Nel percorso deterministico della prima sezione del nuovo libro di Irene Navarra, Dentro, risalta il connotato inconfutabile dell’impianto alchemico come base di qualsiasi originarsi esistenziale. Noi ci enucleiamo nel Vuoto primigenio / esoterico Athanor come accumuli, per una scintilla di vigore che ci fa conflagrare a vita nuova con strutture confezionate secondo modelli naturali e sequenze cicliche. Per incontri di materia. Atomi che fermentano nel bollitore astratto in cui tutto si forma e purifica per poi rotolare in caduta gravitazionale fino alla dimensione cui sono destinati. La poesia di conseguenza diventa per la poetessa goriziana un innato metodo di inchiesta e una mediatrice di Verità. Collegando infatti ignoto e noto nella folgorazione del fervore ispirativo, fissa i margini in cui argomentare è concesso. Essa procede sempre lungo la strada ardua del Dubbio, disbroglia matasse, si impiastriccia di sostanza, la assimila, si invola, tramutando il dato fisico in principio trascendente. In una metamorfosi simbolica che interpreta il fine ultimo della prescienza, tesa alla scoperta della pietra filosofale. Sì, perché questa recente raccolta composta da tre sillogi (La certezza del Mutamento, Dentro, Cronaca di un’Assenza) proprio là si volge, seguendo un sottile filo di Luce baluginante dalla concretezza più densa. Ed è l’illusione della continuità giocata sul Sentimento del contrario di schietto gusto pirandelliano a fare da contrappunto emotivo alla pena della perdita, negando la morte individuale con il semplice accendersi del ricordo. Il teorema è compiuto, dunque. Vince di sicuro la dissoluzione del corpo come norma ineludibile e necessaria, ma vale ancor di più il permanere nel pensiero di chi resta. Ciò rappresenta l’assoluto per eccellenza. Una somma di memorie crea l’energia adatta a traghettarci attraverso il mare del Nulla, verso porti di tranquilla consapevolezza. In intermittenze del cuore come spiragli sul mistero dell’Essere. Il Dio cristiano qua conta solo come emblema di spiritualità e tappa da toccare a conferma di suggestioni annidate in pieghe della mente. La ragione cede, in definitiva, abbandonando qualsiasi meccanicismo, sebbene autorevolmente filosofico e culturalmente seduttivo. Così, l’abusata parola Amore assume sfumature di durevolezza eterna nel suo stesso generare delle specie di nastri ideali che collegano elementi fenomenici - fragili per la loro caducità - e metafisici - imperituri proprio in quanto tali -. Un trionfo alchemico, in verità, da ascriversi alla ricerca lirica della scrittrice. Ricerca come frutto inequivocabile del suo procedere per visioni, cosmiche prima e intime poi, ma non per questo meno vaste. Quale l’approdo? Microcosmo (personale) e Macrocosmo (universale) collimano coincidenti. In questo caso quindi, e oltre ogni evidenza speculativa o scientifica (Shopenhauer non ce ne voglia!): duo idem non sunt sed idem faciunt.



Eugenio Bernes, Musicista e CAGEcreativo
Disegno grafico di Irene Navarra, Elementi, 2013