METAFORE / espressioni artistiche del territorio

 
 

Venerdì 5 ottobre 2012, alle ore 19.00, nelle sale espositive dell’Europalace Hotel in Monfalcone (Gorizia), si inaugura la mostra METAFORE degli artisti Sergio Braida, Vilma Canton Lautieri, Patrizia Panteni, Enzo Valentinuz, Diego Valentinuzzi. Ceramica, Graffiti su intonaci colorati, Pittura e Scultura ne sono i linguaggi comunicativi, volti alla Metamorfosi nel segno del Ritrovamento e dell’Invenzione. La rassegna, rivelatrice di rapporti analogici e di correlazioni nascoste nelle sfaccettature caleidoscopiche del mondo, declina un itinerario allusivo, come ideale possibilità di traslare spunti ricorrenti a nuove condizioni di profili e significati. Convertendo il reale abusato in strutture aperte per gamme mutanti da un’inquietudine drammatica di denunce del presente al pacato recupero di valori e tradizioni.

Presentazione del critico d’arte Irene Navarra.

Variazioni musicali di Francesca Milani alla chitarra classica, di Domenico Cogliandro al sassofono, di Carlo Franceschinis al contrabbasso.

La mostra è promossa dal “Lions Club Monfalcone” con il Patrocinio del Comune di Monfalcone e la Collaborazione della BCC Staranzano e Villesse, e di Artemisia Eventi.

Ingresso libero

Per informazioni e contatti: 0481.710709

Europalace Hotel, via Cosulich 20 - Monfalcone (Gorizia)

Durata della mostra: da venerdì 5 ottobre 2012 al 5 dicembre 2012

Nel segno della Trasformazione

 
 
La metafora è un varco. Ci permette l’accesso all’esplorazione profonda della nostra parabola esistenziale. Se poi a guidarci è l’arte con i suoi messaggi, allora il viaggio si fa itinerario mistico, naufragio corrivo in dimensioni altrimenti impensabili, scoperta, incanto. E quando ciò avviene, l’anima si acquieta in un ordine spazio-temporale che astrae dai comuni criteri di misura. Procedimenti raffinati e complessi basati su suggestioni, contrasti, ricerca della complementarità segreta tra le cose sono le magie di chi crea; entrare empaticamente nel flusso di emozioni all’origine dell’opera è l’obiettivo naturale di chi vi si avvicina. Il tratto da recepire nei cinque artisti di Metafore – Sergio Braida, Vilma Canton Lautieri, Patrizia Panteni, Diego Valentinuzzi, Enzo Valentinuz - è la narrazione del momento epifanico d’inizio. Mentre si fa urgente il rappresentare, mentre si accampano sui supporti preferiti le visioni che rampollano le une dalle altre. E l’essere fisicamente cede sotto l’impulso del consistere soltanto nel gesto che modella la creta, graffia l’intonaco, scolpisce la pietra, dipinge e lavora matericamente la tela. In un altalenare speciale di sperimentazioni, recuperi stilistici, ritorni a motivi, persino di maniera ormai, rimeditati a tal punto da diventare nitidi altri da sé. Nel susseguirsi di nascite dalle molteplici valenze, tra intrecci di linguaggi emblematici. Ritrovamento e Invenzione sono le parole-chiave di questa mostra, rivelatrice di rapporti analogici, di correlazioni nascoste nelle sfaccettature caleidoscopiche del mondo. Il tutto all’insegna di un modo di sentire e manifestare allusivo, come ideale possibilità di traslare spunti ricorrenti a nuove condizioni di profili e significati. Convertendoli in sussulti di avvertimento del reale annunciatori di metamorfosi. Alle cui radici sta la dilatazione dei suoi particolarissimi termini, amplificati così in strutture aperte, per gamme mutanti da un’inquietudine drammatica di denunce del presente al pacato recupero di valori e tradizioni. Proprio in quest’ottica volta a sciogliere qualsiasi esagerato concettualismo, trova motivazione l’arte ceramica di Vilma Canton Lautieri. Essa infatti scaturisce da una vasta inchiesta in cui si aliena ogni riferimento al suo pregevole status culturale, smussato e ridefinito tramite sofferte rivisitazioni in correlativi oggettivi di un’umanità collassata sulle sue più sacrosante certezze, immersa sempre nell’angoscia ma non irrimediabilmente perduta. E, soprattutto, consapevole dell’avvicendarsi antinomico d’essere/non essere. Vere matrici esemplari di continui sviluppi per il loro stesso sfuggente discrimine, e percepite a livello di coscienza come necessario dinamico. Anche Patrizia Panteni, di squisita sensibilità intuitiva nel coniugare accenni figurativi con masse nucleari essenziali, offre una lettura traslata del fenomenico, che l’ispirazione penetra per accostamenti sottili, decodificandone gli indizi. La sua queste si snoda lungo un cammino irto di riflessioni, contestualizzate di sostanze corpose: inserti di juta, rafia, lamine di rame, granulati residui da sabbiatura e paste varie. Concrezioni tattili integrate nella finzione. Effetti evocativi di un Oltre incombente su qualsiasi divenire. E che l’Oltre sia liberatorio o coercitivo non conta. Conta la focalizzazione, il pathos cruciale, l’ictus straniante. Tracce, queste, ben chiare nella scultura di Sergio Braida in cui vibra un orgoglio di appartenenza alla spiritualità degli antichi maestri suggerita da richiami sapienti e chiaroscuri tragici accanto a contaminazioni inusitate. Con piglio estetico versatile eleva a sintesi valori del passato e icone contemporanee mantenendo la freschezza dell’archetipo. Come esito simbiotico di azioni razionali e spinte alogiche indotte dalla predisposizione alla mitopoietica. Che è contenitore virtuale delle avventure storiche di chi ama violare soglie, non riconoscendo confini e limiti. Luogo elettivo dove sta a suo agio l’immaginifico Enzo Valentinuz quando accetta il canto delle sirene e naviga, libero da legami, nelle proprie allegorie interiori, affrancandole con una limpida poetica della disambiguazione. Attuale più che mai, peraltro, nella trappola massmediatica, nelle molteplici maschere da demistificare partendo dal lucido riconoscimento del morbo abilmente dissimulato. Le forme, nei suoi graffiti su intonaci colorati, hanno “l’espansione propria alle infinite cose” che Charles Baudelaire svelò nelle sue Corrispondenze. Emanazioni che si staccano dalla materia fluttuando nel liquido amniotico di una proustiana memoria involontaria. E assumono leggerezza, perché l’intonaco è, alla fin fine, un paradossale filtro che trattiene il superfluo lasciando fluire il quid alla base dell’idea. Nell’operare di Diego Valentinuzzi - fantastico costruttore di sogni da cogliere scartando attenti tra tecniche figurative volutamente eclettiche - traspare invece l’interferenza di un subconscio stratificato dalla cui sublimazione si sviluppa il suo sistema pittorico, concepito di canoni rigorosi e subitanei deragliamenti. Un procedere per contrapposizioni in cui il classico può venire inibito dal logo della Coca Cola, o esaltato in controcanto al monocolore (spesso un azzurro Magritte) del contemporaneo, oppure taciuto nel segreto di labbra e di numeri a comparsa misteriosa e, di certo, non casuale nel loro riproporsi, nello scandirci un enigma oscuro. Ricco di simboli matematici che non riposano in teche di computo, ma – forse – sono plausibili formule spontanee indipendenti da qualsiasi coordinata d’applicazione e, quindi, reticolo ossessivo del dire artistico attratto da mete incommensurabili. Perennemente nel segno della Trasformazione.

Irene Navarra / Quaderni di critica / Artemisia Eventi Arte / Metafore /
3 settembre 2012